martedì 2 aprile 2013

DOLOMITI


Più dolce e seducente
è il bacio del sole
nella sera
ed anche le aquile
sazie di voli
sorridono
del vostro arrossire

- Giovanna Giordani -


lunedì 1 aprile 2013

IL CIGNO


Col capo chino
scivola lento 
sull'acqua
il cigno

Nessun può vedere
il suo pianto
che muore
nel lago

Ei solo ne sa
di quell'incantesimo
che su di lui fece
 un mago

- Giovanna Giordani -




mercoledì 30 gennaio 2013

SULLA RIVA DEL FIUME




Un antico dolore
increspa il fluire
del fiume

Tra i fili d'erba
cercano pace
i pensieri
nei sogni dei fiori

Obbediente il tiglio
ha riammesso le foglie
a scherzare col vento

Manca solo il profumo
dei fiori di sambuco
da quando è passata
l'ultima piena

- Giovanna Giordani -

Recensione a IL CERCHIO INFINITO di Renzo Montagnoli



CONCERTO D’ANIME

Una nota poi un’altra
Un coro a bocche chiuse
Un suono non suono
Una vibrazione d’eternità
Sentimenti emozioni
Passioni
Soffuse malinconie
S’uniscono
Si mescolano
Con toni sommessi
Quasi una ninna nanna
All’umanità.

Tutto è chiaro nella poesia di Renzo Montagnoli, nessuna presenza di astruse metafore da decifrare, solo un dialogare sommesso, quasi un sussurro, come l’ascolto di una tenera confidenza.
Ritrovo il piacevole stile dello scrittore anche in questa sua seconda silloge.
L’autore osserva, pensa, riflette sulla realtà che lo circonda. La natura esercita su di lui un fascino ammaliatore che lo pervade portandolo a sentirsi con essa in  magica sintonia. Da qui l’esigenza di usare la parola per fissare emozioni, sensazioni, riflessioni che possano valorizzare edeternizzare ciò che egli percepisce come esperienza del mistero infinito di cui si abbevera la sua anima. La sua anima, appunto, poiché egli ne parla come di una dolce amica fedele “Anima mia”, l’altra parte di sè che glisopravviverà in quanto spirito facente parte di quel cerchio che si espande all’infinito e dove anche il pensiero spesso “dolcemente naufraga”. E così l’anima diventa nocchiero della vita… “l’anima è il nocchiero che mi guida”.  (La guida)
Incontreremo ancora la sua anima in “Cento gradini” dove il poeta ne sente vibrare la presenza nel momento in cui apre le porte al silenzio che gli permetterà di ascoltare la voce del suo cuore. E poi in tante altre poesie come in L’ultimo approdo”…. E nella luce del tramonto/mentre s’appresta la sera/l’anima scivola silenziosa/lenta s’invola…”
In questa silloge Renzo ci prende per mano e ci fa  conoscere luoghi e atmosfere che sono per lui fonte d’ispirazione poetica e dai quali ci sentiamo delicatamente avvolgere come in una nuvola. E così  prima di tutto “vediamo” le sue poesie e poi ne assaporiamo il carattere profondo, sensibile e coinvolgente.
Ed ecco l’Onda ….”all’ultima meta/infine ha portato/la sua vita di sale”.Oppure Le cattedrali del cielo con il loro irridere ..”all’umana sapienza…”. Ogni visione ha la sua voce, il suo messaggio che si può cogliere solamente nella sacralità del silenzio.
Ma il filo conduttore di questa raccolta poetica è il tempo;  tempo che sembra essere lunghissimo per le rocce che si sbriciolano in millenni e breve per l’esistenza umana o brevissimo per altri esseri viventi. Il tempo che disegna un cerchio infinito dove ciò che si disfa si ricrea con un ritmo cadenzato ed incessante. Così  in La primavera  ”…Un’altra primavera/un’altra stagione/rubata all’eternità.
 Il tempo, che accoglie la vita, ne condivide le gioie e i tormenti e su tutto lascia la sua eterea carezza. …”un breve battito d’ali/ un volo improvviso/ un balzo di vita/ e subito pensi /che il tempo corre…(Il desiderio di vivere)
Leggo queste poesie come dei mini racconti in versi intrisi di malinconia, oserei dire leopardiana, per quel suo accostarsi alla natura con riverenza ed incanto ravvisando la sua precarietà in simbiosi con l’esistenza dell’uomo nel suo continuo nascere e morire, aggrappato ad un’eterna illusione. Eppure, come succede nel leggere Leopardi, la constatazione della caducità dell’esistente, non produce in noi pessimismo, bensì accettazione che non è “la docilità dello sconfitto”, come giustamente dice Manini nella prefazione, bensì l’accettazione e la curiosità di esplorare questo mistero con i mezzi che abbiamo a disposizione. Uno di questi è sicuramente la parola con la quale possiamo cercare di comprendere, almeno parzialmente,  quanto sta fuori e dentro di noi.
Ed è ciò che fa il nostro poeta invitandoci, ermeneuticamente, a riscoprire e assaporare le piccole gocce di serenità o felicità che qualche volta la vita sa offrire, regalandoci momenti imprevedibili e luoghi soffusi di magia, di sogni e di pace nei quali la poesia trova terreno fertile per germogliare.
                            Giovanna Giordani




Recensione a CANTI CELTICI di Renzo Montagnoli


L’ho comprato e l’ho messo da parte. Per leggerlo, avevo bisogno del momento giusto. Ed è arrivato.
Ho fatto spazio dentro di me e la musica dei Canti celtici ha iniziato lentamente ad espandersi fin dai primi versi “S’alzano le brume del mattino/frustate dagli strali del primo sole/e al lontano suono di cornamuse/s’accompagna la lenta melodia di una cetra”… 
Ormai sono “dentro” dentro quel mondo lontano eppur presente perché l’autore l’ha saputo evocare nei luoghi che ne raccontano la memoria.
E così, al primo specchiarsi della luna sul fiume, i “GUERRIERI SULL’ACQUA” lentamente si animano e scivolano nel buio della notte per poi svanire alle prime luci dell’alba.
E ..”la voce grave e possente del fiume/E’ un canto maestoso che parla/d’un passato di genti devote…” M’incanto nell’ascolto. “IL LUNGO FIUME” però non è più lo stesso, è stato irrimediabilmente oltraggiato dai nuovi “umani”…che tristezza!
“IL CANTO DEL BOSCO” è un canto sublime che solo un poeta sa ascoltare e comprendere.
La vita di allora, come quella di adesso, con le speranze, le gioie, i dolori e il desiderio di pace e di serenità.
Come non commuoversi leggendo.. “…Un piccolo scavo/un ritorno alla terra/mani di madre che lasciano cadere/un gioco d’osso/un ninnolo intagliato/la compagnia per l’eternità.” “IN MEMORIA DI UN BIMBO” .
Ed ecco “LA FAMIGLIA” nella …”voce del nonno/ che racconta storie e leggende/di un tempo che fu…”
Adamantino “IL MORMORIO DEL VENTO” che custodisce le voci antiche per chi le sa percepire ed ascoltare.
Malinconicamente accattivante “AL DIO MORENTE”…”Uno solo a cui parlare/ma non vedere/lui che ha occhi per tutti/ma che non conosciamo/Non come te, Dio del fiume/che hai cullato i giorni di tutta la mia vita/e che fra poco morirai…/
E se fosse lo stesso Dio, quello unico e quello del fiume?.….
Leggendo “I CANTI CELTICI” è come trovarsi dinanzi a dei dipinti. Anzi, questi dipinti, noi li vediamo materializzarsi con il susseguirsi delle parole che scorrono come pennelli sulla tela nel fissare atmosfere ed eventi che ci entrano nell’anima con tutto il loro fascino irresistibile.
Queste poesie sono un prezioso inno alla memoria, affinché l’uomo non disperda il passato, ma lo sappia custodire come un  tesoro inestimabile a cui attingere per preparare il proprio futuro nella pace, nell’armonia con la natura e con i propri simili, senza più guerre e distruzioni, lasciando impronte di vera Umanità.
Grazie Renzo, anche da parte….. loro, di cuore.


Giovanna Giordani

Recensione a SEGNI di Tinti Baldini


BREVE RECENSIONE ALLA SILLOGE DI TINTI BALDINI
“SEGNI”
 “Segni” di Tinti Baldini è un libro di poesie che ho letto centellinandolo come faccio generalmente con i libri di poesie. 
Un libro di poesie è per me come una riserva d’ossigeno alla quale attingo quando ho bisogno di dar maggior respiro all’anima. Generalmente non inizio mai dalla poesia della prima pagina, ma ne scelgo sempre una a caso. E così sono subito stata catturata da “I versi” che mi hanno conquistata in un baleno
 “odorano di figlio/dentro il corpo/… di  terra che suona/sotto i passi, di voli e cadute./….e piovono sul capo/ come petali”. Come non sentirsi in sintonia?!
Continuo a sfogliare e intravedo componimenti brevi sui quali mi soffermo incuriosita poiché so quanto si può dire in poche parole. Ed è in “Casa” che m’imbatto per prima e che posso trascrivere totalmente“Di senso amato/di furori e silenzi/di sbarre di burro”.  Scorro queste brevi poesie  ad una ad una ed è come osservare un quadro impressionista, tante folgorazioni emotive impresse subito sul foglio perché rimangano nella loro spontaneità e genuinità e non si dissolvano senza lasciare segno.
La libertà del verso, l’intensità e l’intrinseca tensione alla ricerca del senso dell’esistere sono alla base della poesia di Tinti. Dunque, poesia pregna, incisiva, senza sbavature, essenziale che guarda all’interno del sé per poi espandersi oltre i confini dell’io verso la vita dell’intera umanità con i suoi muti perché, il suo dolore, le ingiustizie e gli orrori come in “Auschwitz” ….”E trecce bionde a migliaia/in mucchio/e sguardi di spettro/in angoli remoti… /poi... dinnanzi all’entrata/prendi il panino/nella borsa/schiacciato/pestato e senza forma/e lo butti dentro il bidone.”
L’autrice lascia scorrere il suo sguardo, a volte stupito, a volte estasiato, sempre partecipe, gioioso o addolorato perché l’indifferenza non fa parte del suo essere e la definisce così: “Indifferenza” Veder passare/ombre/e non scoprirle. Avendo inoltre insegnato per tanti anni, leggendo questa poesia, si capisce tutto l’affetto e la comprensione che prova per i suoi “Alunni”: “Se ti va di sentire/se passa piacere/se ascolti il vento/se vuoi capire/è perché hai avuto amore”. Mentre in “Donna bambina” Tinti esprime tutta la sua amarezza per l’infanzia e l’adolescenza abbandonate a se stesse  ”…Allora/ho cominciato a svuotare/il mio corpo/e poi/per sentirmi bella/a darlo in prestito.”
Anche la natura non si sottrae dal suo ruolo di musa ispiratrice e si lascia cantare anche dalla nostra poetessa con questa bella “Luna” /Muta assapora/di nuvole il passaggio/e di stelle/la lontananza/in silenzioso tocco/d’infinito. Più che mai nel poetare di Tinti traspare l’essenza della sua anima, la sua sincerità nell’esprimersi, senza reticenze, senza veli e per questo la sentiamo, oltre che poeta, amica discreta, partecipe, attenta, sensibile, leale.
Mi congedo da queste mie impressioni su questa silloge con questa ultima perla lasciando a voi la meraviglia di scoprire l’intera collana:
LASCIA
Lasciami/vivere/soffi leggeri/di felicità/senza sguardo/giudice o mesto:/
carezza la mia gioia/e/diventerà qualcosa/di grandioso.
Grazie Tinti
Giovanna Giordani

Recensione a L'ODORE DEL PANE di Sandro Orlandi



Brevi riflessioni su “L’ODORE DEL PANE” 
di Sandro Orlandi
Devo dire che quello che mi ha colpito fin dall’inizio del romanzo “L’odore del pane” di Sandro Orlandi è l’abilità con cui questo scrittore racconta due storie parallele che gradatamente si intersecano fino a fondersi in un unico finale coinvolgendo il lettore in modo decisamente avvincente.
Storia, fantasia, psicologia, magia sono tutti elementi che l’autore sa far convivere con grande maestria ed equilibrio.

Addentrarsi nella lettura di questo libro è proprio come quando ci si avventura per un sentiero di montagna in mezzo ai boschi dove, assieme al respiro dell’aria salubre, ci sentiamo avvolgere da una vaga sensazione di straniamento.

Ed infatti la suspense non si lascia attendere. Capiamo subito, dalla delineazione dei personaggi, dai loro discorsi e dalle loro sensazioni, di essere in presenza di una situazione arcana, nella quale gli accadimenti si intersecano gradatamente come i pezzi di un puzzle, o come un rebus che attende una soluzione, per far emergere una verità.

C’è una richiesta di aiuto che attraversa i secoli e solo da chi possiede il “dono” può essere udita.
Il “dono” in questo caso sembra avere due significati: il primo è quello di percepire voci che i comuni mortali non possono udire, il secondo è qualcosa di più tangibile e cioè un ciondolo che ha attraversato due secoli di vita passando di mano in mano fino ai giorni nostri...

Due paesi diroccati e i resti di un convento abbandonato sono l’iniziale teatro in cui la fantasia dell’autore vola alla ricerca di una trama tesa a rappresentare la vita che in essi si svolgeva nei due secoli precedenti, supportata da una accurata documentazione storica. Tutto questo animato da personaggi decisamente affascinanti ognuno per le proprie peculiarità.

A questo punto credo sia giusto lasciare al lettore il gusto di seguire passo dopo passo questa intrigante narrazione nella quale mi pare di aver percepito, accanto ai contorni del noir, un misto di affetto e pietà che l’autore prova per le sue “creature” e quindi, di riflesso, per tutta l’umanità con le sue fragilità che molto spesso ne condizionano il destino.
 
Per questo io non posso che consigliare la lettura di questo originale romanzo in cui la ricerca della verità e della giustizia sono il filo rosso (e qui mi sovviene l’immagine di copertina ad opera di Maristella Angeli) che lo attraversa senza mai spezzarsi.

Giovanna Giordani