mercoledì 30 gennaio 2013

SULLA RIVA DEL FIUME




Un antico dolore
increspa il fluire
del fiume

Tra i fili d'erba
cercano pace
i pensieri
nei sogni dei fiori

Obbediente il tiglio
ha riammesso le foglie
a scherzare col vento

Manca solo il profumo
dei fiori di sambuco
da quando è passata
l'ultima piena

- Giovanna Giordani -

Recensione a IL CERCHIO INFINITO di Renzo Montagnoli



CONCERTO D’ANIME

Una nota poi un’altra
Un coro a bocche chiuse
Un suono non suono
Una vibrazione d’eternità
Sentimenti emozioni
Passioni
Soffuse malinconie
S’uniscono
Si mescolano
Con toni sommessi
Quasi una ninna nanna
All’umanità.

Tutto è chiaro nella poesia di Renzo Montagnoli, nessuna presenza di astruse metafore da decifrare, solo un dialogare sommesso, quasi un sussurro, come l’ascolto di una tenera confidenza.
Ritrovo il piacevole stile dello scrittore anche in questa sua seconda silloge.
L’autore osserva, pensa, riflette sulla realtà che lo circonda. La natura esercita su di lui un fascino ammaliatore che lo pervade portandolo a sentirsi con essa in  magica sintonia. Da qui l’esigenza di usare la parola per fissare emozioni, sensazioni, riflessioni che possano valorizzare edeternizzare ciò che egli percepisce come esperienza del mistero infinito di cui si abbevera la sua anima. La sua anima, appunto, poiché egli ne parla come di una dolce amica fedele “Anima mia”, l’altra parte di sè che glisopravviverà in quanto spirito facente parte di quel cerchio che si espande all’infinito e dove anche il pensiero spesso “dolcemente naufraga”. E così l’anima diventa nocchiero della vita… “l’anima è il nocchiero che mi guida”.  (La guida)
Incontreremo ancora la sua anima in “Cento gradini” dove il poeta ne sente vibrare la presenza nel momento in cui apre le porte al silenzio che gli permetterà di ascoltare la voce del suo cuore. E poi in tante altre poesie come in L’ultimo approdo”…. E nella luce del tramonto/mentre s’appresta la sera/l’anima scivola silenziosa/lenta s’invola…”
In questa silloge Renzo ci prende per mano e ci fa  conoscere luoghi e atmosfere che sono per lui fonte d’ispirazione poetica e dai quali ci sentiamo delicatamente avvolgere come in una nuvola. E così  prima di tutto “vediamo” le sue poesie e poi ne assaporiamo il carattere profondo, sensibile e coinvolgente.
Ed ecco l’Onda ….”all’ultima meta/infine ha portato/la sua vita di sale”.Oppure Le cattedrali del cielo con il loro irridere ..”all’umana sapienza…”. Ogni visione ha la sua voce, il suo messaggio che si può cogliere solamente nella sacralità del silenzio.
Ma il filo conduttore di questa raccolta poetica è il tempo;  tempo che sembra essere lunghissimo per le rocce che si sbriciolano in millenni e breve per l’esistenza umana o brevissimo per altri esseri viventi. Il tempo che disegna un cerchio infinito dove ciò che si disfa si ricrea con un ritmo cadenzato ed incessante. Così  in La primavera  ”…Un’altra primavera/un’altra stagione/rubata all’eternità.
 Il tempo, che accoglie la vita, ne condivide le gioie e i tormenti e su tutto lascia la sua eterea carezza. …”un breve battito d’ali/ un volo improvviso/ un balzo di vita/ e subito pensi /che il tempo corre…(Il desiderio di vivere)
Leggo queste poesie come dei mini racconti in versi intrisi di malinconia, oserei dire leopardiana, per quel suo accostarsi alla natura con riverenza ed incanto ravvisando la sua precarietà in simbiosi con l’esistenza dell’uomo nel suo continuo nascere e morire, aggrappato ad un’eterna illusione. Eppure, come succede nel leggere Leopardi, la constatazione della caducità dell’esistente, non produce in noi pessimismo, bensì accettazione che non è “la docilità dello sconfitto”, come giustamente dice Manini nella prefazione, bensì l’accettazione e la curiosità di esplorare questo mistero con i mezzi che abbiamo a disposizione. Uno di questi è sicuramente la parola con la quale possiamo cercare di comprendere, almeno parzialmente,  quanto sta fuori e dentro di noi.
Ed è ciò che fa il nostro poeta invitandoci, ermeneuticamente, a riscoprire e assaporare le piccole gocce di serenità o felicità che qualche volta la vita sa offrire, regalandoci momenti imprevedibili e luoghi soffusi di magia, di sogni e di pace nei quali la poesia trova terreno fertile per germogliare.
                            Giovanna Giordani




Recensione a CANTI CELTICI di Renzo Montagnoli


L’ho comprato e l’ho messo da parte. Per leggerlo, avevo bisogno del momento giusto. Ed è arrivato.
Ho fatto spazio dentro di me e la musica dei Canti celtici ha iniziato lentamente ad espandersi fin dai primi versi “S’alzano le brume del mattino/frustate dagli strali del primo sole/e al lontano suono di cornamuse/s’accompagna la lenta melodia di una cetra”… 
Ormai sono “dentro” dentro quel mondo lontano eppur presente perché l’autore l’ha saputo evocare nei luoghi che ne raccontano la memoria.
E così, al primo specchiarsi della luna sul fiume, i “GUERRIERI SULL’ACQUA” lentamente si animano e scivolano nel buio della notte per poi svanire alle prime luci dell’alba.
E ..”la voce grave e possente del fiume/E’ un canto maestoso che parla/d’un passato di genti devote…” M’incanto nell’ascolto. “IL LUNGO FIUME” però non è più lo stesso, è stato irrimediabilmente oltraggiato dai nuovi “umani”…che tristezza!
“IL CANTO DEL BOSCO” è un canto sublime che solo un poeta sa ascoltare e comprendere.
La vita di allora, come quella di adesso, con le speranze, le gioie, i dolori e il desiderio di pace e di serenità.
Come non commuoversi leggendo.. “…Un piccolo scavo/un ritorno alla terra/mani di madre che lasciano cadere/un gioco d’osso/un ninnolo intagliato/la compagnia per l’eternità.” “IN MEMORIA DI UN BIMBO” .
Ed ecco “LA FAMIGLIA” nella …”voce del nonno/ che racconta storie e leggende/di un tempo che fu…”
Adamantino “IL MORMORIO DEL VENTO” che custodisce le voci antiche per chi le sa percepire ed ascoltare.
Malinconicamente accattivante “AL DIO MORENTE”…”Uno solo a cui parlare/ma non vedere/lui che ha occhi per tutti/ma che non conosciamo/Non come te, Dio del fiume/che hai cullato i giorni di tutta la mia vita/e che fra poco morirai…/
E se fosse lo stesso Dio, quello unico e quello del fiume?.….
Leggendo “I CANTI CELTICI” è come trovarsi dinanzi a dei dipinti. Anzi, questi dipinti, noi li vediamo materializzarsi con il susseguirsi delle parole che scorrono come pennelli sulla tela nel fissare atmosfere ed eventi che ci entrano nell’anima con tutto il loro fascino irresistibile.
Queste poesie sono un prezioso inno alla memoria, affinché l’uomo non disperda il passato, ma lo sappia custodire come un  tesoro inestimabile a cui attingere per preparare il proprio futuro nella pace, nell’armonia con la natura e con i propri simili, senza più guerre e distruzioni, lasciando impronte di vera Umanità.
Grazie Renzo, anche da parte….. loro, di cuore.


Giovanna Giordani

Recensione a SEGNI di Tinti Baldini


BREVE RECENSIONE ALLA SILLOGE DI TINTI BALDINI
“SEGNI”
 “Segni” di Tinti Baldini è un libro di poesie che ho letto centellinandolo come faccio generalmente con i libri di poesie. 
Un libro di poesie è per me come una riserva d’ossigeno alla quale attingo quando ho bisogno di dar maggior respiro all’anima. Generalmente non inizio mai dalla poesia della prima pagina, ma ne scelgo sempre una a caso. E così sono subito stata catturata da “I versi” che mi hanno conquistata in un baleno
 “odorano di figlio/dentro il corpo/… di  terra che suona/sotto i passi, di voli e cadute./….e piovono sul capo/ come petali”. Come non sentirsi in sintonia?!
Continuo a sfogliare e intravedo componimenti brevi sui quali mi soffermo incuriosita poiché so quanto si può dire in poche parole. Ed è in “Casa” che m’imbatto per prima e che posso trascrivere totalmente“Di senso amato/di furori e silenzi/di sbarre di burro”.  Scorro queste brevi poesie  ad una ad una ed è come osservare un quadro impressionista, tante folgorazioni emotive impresse subito sul foglio perché rimangano nella loro spontaneità e genuinità e non si dissolvano senza lasciare segno.
La libertà del verso, l’intensità e l’intrinseca tensione alla ricerca del senso dell’esistere sono alla base della poesia di Tinti. Dunque, poesia pregna, incisiva, senza sbavature, essenziale che guarda all’interno del sé per poi espandersi oltre i confini dell’io verso la vita dell’intera umanità con i suoi muti perché, il suo dolore, le ingiustizie e gli orrori come in “Auschwitz” ….”E trecce bionde a migliaia/in mucchio/e sguardi di spettro/in angoli remoti… /poi... dinnanzi all’entrata/prendi il panino/nella borsa/schiacciato/pestato e senza forma/e lo butti dentro il bidone.”
L’autrice lascia scorrere il suo sguardo, a volte stupito, a volte estasiato, sempre partecipe, gioioso o addolorato perché l’indifferenza non fa parte del suo essere e la definisce così: “Indifferenza” Veder passare/ombre/e non scoprirle. Avendo inoltre insegnato per tanti anni, leggendo questa poesia, si capisce tutto l’affetto e la comprensione che prova per i suoi “Alunni”: “Se ti va di sentire/se passa piacere/se ascolti il vento/se vuoi capire/è perché hai avuto amore”. Mentre in “Donna bambina” Tinti esprime tutta la sua amarezza per l’infanzia e l’adolescenza abbandonate a se stesse  ”…Allora/ho cominciato a svuotare/il mio corpo/e poi/per sentirmi bella/a darlo in prestito.”
Anche la natura non si sottrae dal suo ruolo di musa ispiratrice e si lascia cantare anche dalla nostra poetessa con questa bella “Luna” /Muta assapora/di nuvole il passaggio/e di stelle/la lontananza/in silenzioso tocco/d’infinito. Più che mai nel poetare di Tinti traspare l’essenza della sua anima, la sua sincerità nell’esprimersi, senza reticenze, senza veli e per questo la sentiamo, oltre che poeta, amica discreta, partecipe, attenta, sensibile, leale.
Mi congedo da queste mie impressioni su questa silloge con questa ultima perla lasciando a voi la meraviglia di scoprire l’intera collana:
LASCIA
Lasciami/vivere/soffi leggeri/di felicità/senza sguardo/giudice o mesto:/
carezza la mia gioia/e/diventerà qualcosa/di grandioso.
Grazie Tinti
Giovanna Giordani

Recensione a L'ODORE DEL PANE di Sandro Orlandi



Brevi riflessioni su “L’ODORE DEL PANE” 
di Sandro Orlandi
Devo dire che quello che mi ha colpito fin dall’inizio del romanzo “L’odore del pane” di Sandro Orlandi è l’abilità con cui questo scrittore racconta due storie parallele che gradatamente si intersecano fino a fondersi in un unico finale coinvolgendo il lettore in modo decisamente avvincente.
Storia, fantasia, psicologia, magia sono tutti elementi che l’autore sa far convivere con grande maestria ed equilibrio.

Addentrarsi nella lettura di questo libro è proprio come quando ci si avventura per un sentiero di montagna in mezzo ai boschi dove, assieme al respiro dell’aria salubre, ci sentiamo avvolgere da una vaga sensazione di straniamento.

Ed infatti la suspense non si lascia attendere. Capiamo subito, dalla delineazione dei personaggi, dai loro discorsi e dalle loro sensazioni, di essere in presenza di una situazione arcana, nella quale gli accadimenti si intersecano gradatamente come i pezzi di un puzzle, o come un rebus che attende una soluzione, per far emergere una verità.

C’è una richiesta di aiuto che attraversa i secoli e solo da chi possiede il “dono” può essere udita.
Il “dono” in questo caso sembra avere due significati: il primo è quello di percepire voci che i comuni mortali non possono udire, il secondo è qualcosa di più tangibile e cioè un ciondolo che ha attraversato due secoli di vita passando di mano in mano fino ai giorni nostri...

Due paesi diroccati e i resti di un convento abbandonato sono l’iniziale teatro in cui la fantasia dell’autore vola alla ricerca di una trama tesa a rappresentare la vita che in essi si svolgeva nei due secoli precedenti, supportata da una accurata documentazione storica. Tutto questo animato da personaggi decisamente affascinanti ognuno per le proprie peculiarità.

A questo punto credo sia giusto lasciare al lettore il gusto di seguire passo dopo passo questa intrigante narrazione nella quale mi pare di aver percepito, accanto ai contorni del noir, un misto di affetto e pietà che l’autore prova per le sue “creature” e quindi, di riflesso, per tutta l’umanità con le sue fragilità che molto spesso ne condizionano il destino.
 
Per questo io non posso che consigliare la lettura di questo originale romanzo in cui la ricerca della verità e della giustizia sono il filo rosso (e qui mi sovviene l’immagine di copertina ad opera di Maristella Angeli) che lo attraversa senza mai spezzarsi.

Giovanna Giordani

domenica 27 gennaio 2013

Recensione a SMEMORIA di Danila Oppio


Impressioni di lettura di “SMEMORIA” di Danila Oppio

Quello che mi ha colpito da subito iniziando questo romanzo è l’originalità della disposizione della narrazione, quell’atmosfera di suspense in cui, lo ammetto, di primo acchito non riuscivo a raccapezzarmi.
Si snoda come un racconto giallo, pensai. Poi mano a mano che mi addentravo nella lettura le nebbie si diradavano come un sipario che si apre lentamente lasciando scorgere la scena tanto attesa.
Rimanevo affascinata dal linguaggio molto scorrevole e le poesie che ornavano il tutto, proprio come le rose del giardino di Sibilla.
Insomma, da semplice lettrice non letterata, mi sento di dire che questo romanzo, che io definirei prosimetro (poesia e prosa e..c’è anche della musica),  si apre verso l’alto come una piramide rovesciata.
E quando le parole riescono a emozionare mano a mano che le vedi scorrere sulla carta, come è successo a me durante questa lettura, beh, io credo che allora, l’obiettivo di qualsiasi scritto è raggiunto.
Dunque, scrittura fatta col cuore, questa di Danila Oppio, che scorre limpida come una cascatella, per portare speranza, ottimismo, in questa nostra avventura terrena; scrittura dove la parola “amore” tiene unita tutta la vicenda come un filo rosso che appare e scompare nel disegno della trama, parola che non dovrà mai essere considerata inflazionata perché, lo sappiamo tutti,  è la sola che può dare un senso al mistero della vita.
E, siccome ho evidenziato parecchie frasi e poesie che più mi avevano colpito, mi preme incollarne qui almeno una, che trovo incontestabile:
…”In sintesi, la caduta del gusto per la poesia, in questo nostro secolo, è principalmente dovuta al precipitare dei sentimenti più nobili, laddove la bella scrittura e il bel dire, è stato sostituito da vituperi, parolacce, volgarità e una mala scrittura, aggiunti a un pessimo linguaggio. “
Allora speriamo che Sibilla/Danila, ora che sta riacquistando la memoria, continui pure a scrivere senza stancarsi mai!

- Giovanna Giordani -

Recensione PRIGIONIERE DEL SILENZIO di Maria Carmen Lama


Riflessioni sulla silloge PRIGIONIERE DEL SILENZIO di Maria Carmen Lama

Il titolo mi riporta automaticamente a un bellissimo saggio sul “Silenzio” di Natalia Ginzburg facente parte della sua raccolta “Le piccole virtù”. E quindi la curiosità verso l’opera poetica di Maria Carmen Lama “Prigioniere del silenzio” va  soddisfatta quanto prima!
 Non rimango delusa. Scorrere ad una ad una le sue poesie è come ascoltare la voce sincera di un’amica.
Lo stile è, infatti, colloquiale e diretto. Non sceglie molte metafore o perifrasi la nostra autrice, ma un linguaggio che vuole giungere al lettore senza equivoci pur mantenendo alta la connotazione poetica. Traspare dai versi un grande desiderio di liberare sentimenti, riflessioni, stati d’animo che fanno parte in maniera preponderante dell’universo femminile.
Perché il silenzio può essere gradito se racchiude in sé la certezza di sentimenti genuini supportati da atteggiamenti coerenti, ma può essere altresì doloroso se “obbligato”  per paura, e incomprensione di chi ci sta accanto  che non sa e non vuole ascoltare.
E’ di questo silenzio che la poetessa sente l’esigenza di parlare. Il silenzio che deve essere infranto, il silenzio che deve aprire le porte alle parole, affinchè possano esprimersi,  essere ascoltate,  essere capite in modo da poter vivere la vita e i rapporti umani nella libertà e nel rispetto. Perché, citando ancora la Ginzburg,  “il silenzio può diventare una malattia mortale”.
Cerco di immaginarmi la genesi di queste poesie di Carmen. Le riflessioni scaturite da confidenze sommesse, timorose o da notizie lette sui giornali o udite in tv; nomi di persone alle quali dedica i suoi versi.  Ma non mancano certo anche le liriche scaturite da particolari stati d’animo del vissuto personale della scrittrice.
Cosa c’è, dunque, di meglio che tradurre in poesia le parole “prigioniere”? Carmen l’ha saputo fare in maniera egregia con questa silloge estremamente interessante.
Le poesie si alternano fra versi di denuncia e di veemente richiesta di dignità a versi che prendono a simbolo gli spettacoli della natura per esprimere le sensazioni dell’anima, a volte triste, a volte orgogliosa, il più delle volte sofferente. Queste poesie vorrebbero aprire i cuori e le menti di quella parte maschile (e qui credo sia giusto precisare che, per fortuna, è solo una parte, anche se abbastanza consistente, credo) ottusa e trincerata dietro usi e costumi ipocriti che non fanno altro che confermare o legittimare un egoismo di fondo.
Ci sono versi, poi, che ti sorprendono per l’originalità espressiva come ad esempio “frammenti di bontà decapitata  in “Lei non sa” oppure “pensiero quasi muore/vivo, debole, tenue velato/impallinato dal silenzio truce” in Quasi muore e, naturalmente tantissimi altri che permeano la silloge.
Percepisco in queste poesie tutto l’amore, la solidarietà,  nei confronti di quelle donne (e sono ancora tante sul pianeta, ma non tutte, per fortuna) che non hanno la possibilità di esprimere al meglio la loro personalità, i loro sentimenti; quelle donne che non sono valorizzate perché ritenute inferiori e quindi relegate al “silenzio”.
La raccolta è corposa, le poesie sono quasi duecento e mentre le scorro ad una ad una capisco che non si possono leggere in fretta, ma bisogna soppesarne adeguatamente le parole che sotto un’apparente semplicità esprimono profondità di sentimento e  analisi introspettiva notevoli.
Così le parole della nostra poetessa ci giungeranno come un dono, il dono della sua sensibilità verso coloro che “non possono dire” e ai quali (o meglio alle quali) vuole riservare uno spazio importante nella sua arte poetica.
Leggere Carmen Lama è un arricchimento, è l’accendersi di una luce che illumina, riscalda, affratella.
Per chiudere queste mie riflessioni non scelgo la poesia che dà il titolo alla silloge (la lascio “scoprire” ai lettori!), ma un’altra, a parer mio, altrettanto emblematica e che trascrivo interamente:
Se muore la parola
Se muore la parola/tutto si ferma/sbiadiscono i colori delle rose/attonito sta il cielo/ad avvolgere il mondo/consapevole del suo/essere inutile./A me, tutto d’intorno/cresce il silenzio/come torre d’avorio/mi rinchiude/altro non so e non vedo/altro non sento/che il battito del cuore/sempre più lento/sempre più distratto/consapevole del suo/essere inutile/.Se muore la parola/io piango il lutto/mentre l’abbraccio/per tutto quel che è stata/per l’amore che ha cullato/in te, in me, in noi/ma insieme a lei /  anch’io/  io dentro muoio/. Se la parola muore non esiste più nulla.
Grazie Carmen, continua a parlarci, è bello ascoltarti!

Giovanna Giordani

Recensione ALLA LUNA CH'E' MIA di Marcello De Santis


“ALLA LUNA CH'E' MIA”
di Marcello De Santis

“Alla luna ch’è mia” di Marcello De Santis è una silloge poetica che si gusta come una fresca sorsata d’acqua ristoratrice. La prima cosa che colpisce è la sua squisita musicalità. Inizi a leggere e non ti puoi più fermare. Sono componimenti piuttosto brevi e senza titolo, ma uniti l’un l’altro da un sentimento poetico che, si può proprio dire, ti trasporta sulle ali di una musica di parole irresistibile.
La luna, la notte, le stelle, qual è il poeta che può sottrarsi a tale magico incanto?
…“Come due vele, noi
sopra un carro di nuvole
e di rose
voliamo sulla luna”.
Ma c’è dell’altro in queste gradevolissime poesie. C’è la profondità dei sentimenti e la percezione della realtà che il poeta ci descrive conducendoci sapientemente nel suo mondo dove la natura e l’uomo si compenetrano a vicenda sublimando istanti e sensazioni.
.. “Lieve mi sciolgo
nella notte dei grilli
quando canta maggio”…
Oppure
Ecco ritorna forte
il maestrale
e strappa dalla scena
il velario di fondo
sipario alla rovescia
di inutili commedie..”
Da ogni poesia traspare più o meno chiaramente una sottile malinconia consapevole del mistero che avvolge l’umano destino. I versi sono, oltre che musicali come già detto,  densi, intensi, palpitanti.
Alla luna ch’è mia” è la poesia che titola la raccolta e si può dire che ne è proprio la degna regina nella sua ricca  maestria compositiva. Ne trascrivo i versi conclusivi, quelli che più mi hanno colpito:
…“Io prego
dal rosone centrale
già macchiata di sangue
una lama di luna mi trafigge
e scoppia la navata
della chiesa”.
Versi liberi, ma armonici e curati, nei quali cuore e mente convivono in giusto equilibrio.
Nella parte finale l’autore si diletta a trasformare in poesie tre note fiabe per bambini (dedicate) ed è veramente una lettura gradevolissima anche per noi adulti.
Insomma una silloge che posso solo consigliare di tenere a portata di mano, magari sul comodino, per lasciarla scivolare dolcemente nell’anima come una musica incantatrice. E, per darne un saggio, concludo con questa:
”Imbianca d’argento la luna
il mare di perla di perla
e sfoggia collane di stelle
il cielo sul mare di perla
e cullano vele assopite
le onde leggere leggere
e cullano vele assopite
E’ notte gabbiani assonnati
attendono l’alba in amore
solfeggia nel calmo silenzio
la stella marina marina
l’amara lampara sonnecchia
sciaborda tagliando le alghe
sonnecchia e sciaborda sciaborda
e cullano vele assopite
le onde leggere leggere
e cullano vele assopite”
Grazie Marcello per averci donato queste splendide note.
                                                      Giovanna Giordani

Recensione NEL SILENZIO DEI RUMORI di Gavino Puggioni



Riflessioni sulla silloge “NEL SILENZIO DEI RUMORI” di Gavino Puggioni

La poesia emblematica della silloge di Gavino Puggioni “Nel silenzio dei rumori” è titolata, appunto, “Il silenzio”. E’ una poesia breve, ma molto incisiva che, in chi non è duro di cuore, non può non suscitare un sentimento di condivisione e di apprezzamento per l’urlo immane e l’esortazione che contiene nei suoi versi.
Ne trascrivo qualcuno che vorrei potesse viaggiare per l’etere per essere udito da tutti coloro che hanno a cuore il bene dell’umanità: “
Nel silenzio/ dei rumori/un viso di bambino/abbandonato/mai amato/..ci saluta…/la voce fioca/e la bava bianca/di fame e di sete/..ci parlano…/ma noi siamo sordi!”

In questa poesia, quindi, io ravviso la poetica generale dell’autore che è sensibilità verso la parte debole dell’umanità, è solidarietà che utilizza il linguaggio della poesia per esortare a non seguire la via dell’indifferenza, ma a cercare di rivolgere l’attenzione a quella parte di infanzia del mondo che viene vilipesa e tradita. (Non a caso l’autore destina i proventi delle vendite di questo libro all’UNICEF).
Sublime messaggio quello del poeta Gavino che non posso non condividere ed apprezzare.

Così anche nelle altre poesie traspare la sua ribellione a ciò che distrugge anziché creare, a ciò che divide anziché unire, a tutto ciò, dunque, che va a danno dell’uomo stesso. Nelle sue poesie si legge proprio questa tristezza che urla tutto il suo malessere per la stupidità e l’inettitudine di chi fa dell’egoismo la propria religione, di chi ha paura, io credo, di essere troppo “buono” . Perché, troppo spesso, la bontà viene identificata come debolezza, fragilità. Invece io credo che la bontà sia una grande forza grazie alla quale l’umanità può sopravvivere ai suoi aspetti peggiori.

Dico sinceramente che fa sempre bene al cuore leggere poesie come quelle di Gavino Puggioni e, per fortuna, non è il solo che vuol fare sentire la propria voce al fine di smuovere le coscienze per ottenere un mondo migliore in cui i piccoli, i bambini, possano crescere nel benessere, possano essere amati come meritano, non siano abbandonati e possano quindi mantenere viva la speranza e la gioia di vivere. Il diritto di vivere è universale, rendere la vita vivibile è prerogativa umana e di nessun altro. La vita è in mano nostra, Qualcuno ce l’ha donata e tocca solo a noi apprezzarla, condividerla, rispettarla e renderla degna di essere vissuta. Bando alle guerre, quindi, agli orrori, alle brutture. Gavino ce lo “grida” in ogni sua poesia ed è un grido che non dovrebbe cadere nel vuoto, ma, come dicevo all’inizio, essere raccolto da tutti gli uomini di buona volontà.

Questa dunque è la tematica prevalente della silloge. La forma è quella del verso libero moderno, senza particolari metafore, che giunge immediata alla mente e al cuore. Hanno trovato spazio nel libro anche delle brevi prose che ci permettono di apprezzare Puggioni pure in veste di narratore.
Degne di nota sono inoltre le bellissime illustrazioni, dell’artista Antonio Lino Pinna, che accompagnano la raccolta poetica del nostro autore donando così maggior risalto alla stessa.

Grazie Gavino, continua ad urlare il tuo importante messaggio e che il vento lo porti con sè e lo lasci cadere come un piccolo seme in terreno fertile. Perché, si sa, che dai piccoli semi possono nascere grandi e salubri piante!

Giovanna Giordani

Recensione a OLTRE I PASSI LO SGUARDO di Graziella Cappelli


Riflessioni sulla silloge poetica “Oltre i passi lo sguardo” di Graziella Cappelli

Che piacere la lettura della silloge poetica di Graziella Cappelli!
Le sue poesie, brevi, essenziali, ti accarezzano l’anima come quando ti lasci incantare da una musica dolce e avvolgente che ti eleva lo spirito.
Versi semplicemente intriganti quelli di Graziella che riescono a stupirti e a coinvolgerti  lasciando intuire la poetica della poetessa attenta alle incongruenze e contraddizioni che caratterizzano l’uomo e la vita dei nostri tempi.
“Abete di Natale”
Ora diffondi/il tuo ultimo respiro/nelle case surriscaldate/in un burka/di lustrini/e palline.
Tra breve/ti vedrò defunto/al cassonetto.
A ognuno di noi credo è capitato di sentire il desiderio di tradurre in parole certe emozioni che proviamo in situazioni che ci portano all’estasi o alla riflessione. La nostra autrice ci prova con ottimo risultato donandoci poesie che ci regalano la magia in pochi versi  come in
 “Risalire i colli”
….lascio la veste arida/m’irradio/sono luce/nel risveglio.
Alla deriva/di nubi fuggiasche/depongo/un sogno innocente.
Sono poesie che fanno bene all’anima. Nella loro sintesi l’autrice ci lascia indovinare i suoi sentimenti, i suoi pensieri, i suoi convincimenti, accanto alla sua gioia nel poter riversare tutto questo nel linguaggio poetico che sgorga spontaneo e limpido come una sorgente fresca e dissetante.
Ne vorrei citare ancora una prima di lasciare a voi la gioia della lettura dell’intera silloge:
“Gioia”
Mi sorprese la gioia/a camminare/nei campi di granoturco/al tramonto/che incendiava/spighe d’oro
Magica musica/era/il frusciar di foglie

Grazie, quindi, Graziella per questi attimi di lettura poetica squisista!

Giovanna Giordani 

Recensione a PANNALIMONE di Tinti Baldini e Flavio Zago


Commento alla silloge poetica “Pannalimone” di Tinti Baldini e Flavio Zago


“Pannalimone” un titolo che sa di ossimoro, dolce e aspro, morbido e pungente.
Ho letto questa silloge durante le calde giornate estive; già il guardare quella copertina mi metteva di buonumore con le sue fresche immagini.
Lo stile di Tinti ormai mi è familiare e penso che lo riconoscerei anche senza la sua firma. La piacevole novità è stata invece la poetica di Flavio Zago che ancora non conoscevo.
Ho scorso le poesie a quattro mani e qui ho notato un’affinità veramente sorprendente in quanto l’armonizzazione dei due stili è davvero notevole.
Affinità di stile, dunque, e di sentire. Due anime e una sola penna. I complimenti mi sorgono spontanei.
Un libro nato dal desiderio di condividere il fare poesia in spirito di amicizia e fratellanza.
C’è un indice dei testi piuttosto inusuale che elenca in modo non alfabetico i  diversi temi ai quali i due poeti si sono ispirati. Non mancano così i riferimenti classici, amore, dolore, natura, ma accanto a questi ci si può imbattere anche in “scafandri” che stuzzica certo la curiosità del lettore, oppure in “stanti” che attirano il nostro interesse e molti altri che vorrei lasciar scoprire ai lettori.
Per ogni tema scelto, quindi, due diverse interpretazioni accomunate dall’esigenza di cercare un senso, di esternare con il mezzo della parola poetica ciò che ognuno sente vibrare nell’anima e che può risultare gustoso come la panna o aspro come il limone. Perché la vita è così, dolce e amara.
Se nelle poesie a quattro mani lo stile dei due autori si fonde alla perfezione, come ho detto prima, nelle poesie singole ravviso la peculiarità di ognuno.
Infatti ritrovo la Tinti che già conosco e che apprezzo per il suo dire essenziale e profondo in cui fa trasparire la sua ricchissima umanità. Ed eccola in “Se fossi” in riferimento al tema “Distruggere”:
Se fossi/guanciale/non consentirei/sonno/a chi ci toglie/la voglia di sognare.
Nello stile di Flavio mi colpiscono le armoniose metafore che fluttuano fra rime e assonanze lasciandoci intravedere l’anima del poeta:  “Di me”, dal tema “Maestri”  …….”Nulla/nulla mi passa accanto/e va, nulla lascio/all’astro spento/Tutto/mi porto appresso/sul dorso/in vimini e sudore/gerla mai sazia/intrecciata in divenire.”
Non cito altri stralci significativi perché dovrei ricopiare qui tutte le poesie tanto sono caratterizzate da intensità e bellezza. Posso solo dire di aver apprezzato molto questo duetto poetico in cui l’anima dei due scrittori brilla come un caleidoscopio donandoci attimi di luce interiore da condividere per rendere la vita meno grigia, meno sola, meno buia.
E’ infatti così che io intendo la poesia: una fiammella che resiste al vento e alla pioggia per rischiarare il nostro cammino contribuendo a rendere più affascinante la nostra esistenza nella sua tensione ad indagare il mistero di cui è pregna.
Grazie Tinti, grazie Flavio, di questo graditissimo regalo che custodirò gelosamente.
Giovanna

Recensione a IL RESPIRO DELLA LUNA di Cristina Bove




Mi piace leggere le poesie nel silenzio del mattino quando i sogni non sono ancora evaporati nella luce del giorno.
La seconda silloge di Cristina Bove è un invito irresistibile, lì sul comodino.
L’ho letta così, centellinata fra le mie giornate.
Sicura di trovare un piccolo tesoro di parole mi soffermo su ogni poesia e sempre provo stupore e commozione assieme.
Stupore nell’udire un’anima vibrare con sincerità nella parola e la sua intrinseca tensione ad abbracciare l’universalità del sentire. Stupore nel constatare come la mente possa creare simili ornamenti di pensieri.
Commozione… questo sarà un fatto mio personale, non so!
Leggo “RAGAZZE” ……“le ragazze che vivono dentro/celate da pieghe e sospiri/hanno frecce d’amore rovente/stupori di donne bambine….” E’ una grande  verità. Il tempo logora il fisico, ma nell’anima c’è sempre voglia di primavera. Lo vedo ogni giorno nelle persone che incontro.
Primavera nel senso di rinascita, di voglia e gioia di vivere, di sentirsi parte integrante del mondo intero a dispetto di rughe e malanni.
 Poi il respiro si racchiude nell’intimità di “HO UN PIANTO”……”non puoi sapere, tu/se sulla pelle/mi ricamo il tuo nome e il tuo respiro…”
Oppure di un “ADDIO”  …”addio fatto di niente/impronunciato/un mormorio di pianto/è quanto resta”.
“Il respiro della luna” è un titolo azzeccato, direi.
La luna respira con la luce del sole. Come per noi, il sole la fa “vivere”, ce la mostra e noi la guardiamo incantati. La luna è la grande musa di tanti poeti. E quindi anche Cristina ne subisce il fascino.
La luna, quindi, si fa vita, respiro. Contempla  il nostro nascere, vivere e morire.
Ascolta i nostri pensieri, le nostre ansie, i nostri perché.
E questo respiro si può tradurre in poesia, poesia lirica, poesia universale come quella che sgorga dal cuore e dall’anima di Cristina.
Come al solito la silloge è eterogenea, ognuno troverà di sicuro i versi con i quali si sentirà più in affinità e che doneranno un attimo di eterea comunicazione facendo riemergere magari sopite sensazioni o riflessioni.
Chiudo citando “L’ANGELO DI MEZZANOTTE”  dalla quale traspare l’immenso amore per tutta l’umanità di questa geniale poetessa …”raccoglierei il dolore degli umani/il loro pianto in una coppa d’ombra/il loro grido dentro l’arca nera/e trapassando nuvole e bagliori/ai piedi tuoi li deporrei/e ti rassegnerei le dimissioni/d’angelo disilluso del divino/e poi/senz’ali/riscenderei per piangere con loro”.
Ma se Dio c’è, è anche qui.
Giovanna Giordani

Recensione a FIORI E FULMINI di Cristina Bove




L’avevo desiderato questo libro di poesie di Cristina Bove. L’avevo desiderato perché sapevo che sarebbe stato un atto di giustizia. Verso la Poesia e verso la Poetessa. L’ho conosciuta sulle pagine azzurre del sito “Poetare” e quando lessi il suo commento alle opere dei vari autori “…grazie, per non aver scelto il silenzio” ne fui subito catturata.  Questo significava disponibilità all’ascolto, alla condivisione. L’animo doveva essere quello sensibile e ricco di umanità del vero Poeta. Ed infatti non mi sbagliavo. Le sue poesie ti entrano nell’anima come un raggio di luce nell’oscurità, ne senti il magico scaturire come la sorgente liberata dalla zolla, come il fiore che nasce sulla roccia.
Di lei ne percepisci la cultura, ma capisci che non ne vuol fare sfoggio bensì dono,  per comunicare, condividere, compartecipare a quel mistero che è l’umanità.
Ed ecco allora la bellissima “POETA a chi?”  Niente spocchia e supponenza nel mondo della poesia, ma solo umiltà. Come non volerle bene!
“CIASCUNO”, “Ciascuno/ sa il bruciare del suo pianto/quanto/ gli spezza il cuore/il suo dolore…..”
Le sue poesie sono venate di accorate domande a cui cerca di rispondere evocando l’unica parola in cui sente possibile un alito di speranza e di salvezza, e cioè la parola “amore” . Ed ecco “LA ROCCIA”  grande, maestosa…”..pregò il suo dio/perché gli fosse dato/espansione infinita/eternità/e Dio/lo fece diventare/amore.”
Si sa che in un mazzo di fiori ce ne sono alcuni che istintivamente preferiamo ed allora io scelgo “AMO LE VOCI”  ….”amo la voce mite e convincente/che sa guidare/ma non è invadente/che sa esprimere il senso del divino/senza dimenticare quello umano….”
E poi “L’UOMO CHE ANDO’” “L’uomo che andò/lontano/nei silenzi/impietriti delle sfingi/a cercare il suo dio…”
Una musica di parole che affascina e conquista il lettore. Così è la poesia di Cristina Bove.
“FIORI E FULMINI”. Certo. Fra i secondi ci può stare “O DIO”. Ecco, vorrei che lassù leggesse perché anch’io mi trovo in accordo con quanto dice la poetessa. Domande come fulmini che illuminano il cielo e scompaiono, con risposte umane che non ci convincono….” ..A me basta l’inferno/di questo nostro vivere/in cui siamo costretti ad inventarci/giudizi universali/e a raccontarci/di paradisi inutili/per non odiarti/o Dio”.
La raccolta è eterogenea, fiori di parole ricche di significato e di musica, fulmini come lampi, intuizioni, condanna contro l’ingiustizia e la menzogna “NUOVI FARAONI” ..”Voi spacciate sorrisi/dalle navi/che trasportano morte/vendete paradisi/agli innocenti abbacinati/e uccisi/da lusinghe contorte.”…
Per chi ama la poesia leggere Cristina Bove sarà una festa per il cuore e per la mente. Io la posso solo consigliare….vivamente!

Giovanna Giordani

Recensione a: Draghi e computer di Rosella Rapa



Breve recensione a “DRAGHI E COMPUTER”



Dalla lettura di un libro fantasy ci si aspetta di addentrarsi in un mondo dove l’impossibile diventa possibile, dove si può fluttuare liberi fra le nuvole e guardare dall’alto castelli sorgere su altissime rocce circondate dal mare o da foreste dalle sembianze umane.
E’ con questo spirito che mi sono addentrata nella lettura di “Draghi e computer” di Rosella Rapa.
Ma fin dal primo racconto “il vecchio forte” potei constatare che non si trattava solo di fantasia, ma di una mescolanza ricercata fra realtà ed immaginazione.
L’autrice parte da una situazione reale e si addentra con abili descrizioni  nel mondo dell’immaginario, del sogno, della percezione, insomma del fantastico.
Un fantastico, dunque, generato dalla quotidianità del vivere, un fantastico che ci cattura ed affascina appagando le menti che amano “il paese che non c’è”.
La silloge è composta di sette racconti ognuno con la propria originalità  di tema e contesto che sicuramente lasciano spazio allo stupore ed alla riflessione in quanto, appunto, la fantasia sembra scaturire da situazioni reali come una pianta d’edera aggrappata alla roccia.
Bellissimo, a questo proposito, ho trovato l’incipit di “Allegoria”, racconto che si può prestare alle più svariate interpretazioni, non ultima  quella relativa al decadimento di certe moderne società.
Dove invece la fantasia vola alta e stupefacente è il raccanto “Il drago”. Qui si può proprio dire che la realtà partecipa, incantata, al dipanarsi di una fiaba avvincente, intrisa di valori morali e dal finale non proprio scontato.
E se gli altri tre racconti “Iride”, “Ricordi” e “il castello maledetto” ci portano in paesaggi fiabeschi abitati dai personaggi più strani ed imprevedibili con le loro storie intriganti “verosimilmente inverosimili”, l’ultimo, “il potere del linguaggio” , ci fa sentire proprio nella nostra epoca dove regna indiscusso re “Computer”. L’abilità descrittiva di questa fiaba moderna raggiunge livelli, a mio modesto parere, veramente notevoli.
So che l’autrice è esperta in informatica e questo ne ha certamente facilitato la stesura con una proprietà di linguaggio  evidente.
Ma è proprio da questa narrazione che traspare la personalità autentica della scrittrice con il suo desiderio di andare oltre il quotidiano ed il visibile. Da questo racconto noi possiamo capire che ella si sente attratta da un mondo che non è propriamente quello dell’informatica, ma quello che vive, sotto varie forme, in ogni mente umana e che non tutti riescono ad esprimere. Lei ci prova ed il risultato la riempie di soddisfazione. Il suo mondo è il fantasy e lei ha compreso che è nata per raccontarlo. 

-          Giovanna Giordani  - 

sabato 26 gennaio 2013

RECENSIONE DI GAVINO PUGGIONI


Mia riflessione sul libro di poesie “Sulla riva del fiume” di Giovanna Giordani
Aletti Editore

  
Leggendo “Sulla riva del fiume” di Giovanna Giordani ci si imbatte, subito, in una scrittura libera, priva di orpelli linguistici, nei versi di un Poeta che sa e vuole tenere i piedi per terra, lungi dal volersi arrampicare su pomposi gradini letterari, fatti di sabbia.
La poetica della Giordani spazia nel suo intimo universo che  descrive così come lo sente, dalle terzine alle quartine, dalle rime (quasi a ricordare tempi passati o mai passati di “moda”) agli haiku, senso e sentimento accomunati mirabilmente,  rigorosamente rispettati.

Leggerla è come attraversare il nostro stesso pensiero, perchè lei è capace, con il suo dolce scrivere, di coinvolgerci  mentre comunica, di stupirci con le sue brevi carezze, di affascinarci con il suo “Senso della vita” che affida, sicura, alle ali di una rondine.
Ci incanta nella sua libertà di scrittura, chiamando a testimoni la natura, il sole, le montagne e il silenzio; elemento, questo, che abbraccia l'anima, se non il corpo, di questa scrittrice che, dopo, esplode in quell'urlo quando condanna le guerre e i prepotenti della terra che l'alimentano.
“Sulla riva del fiume” mi sembra di veder scorrere la vita, non una sola, ma quella di tanti, forse troppi, ai quali il destino ha riservato angoscie e dolori e per i quali la Giordani soffre e ne scrive con il cuore, con la penna intrisa di sentimento che solo i poeti sanno usare.

Gavino Puggioni

RECENSIONE DI TINTI BALDINI



SULLA RIVA DEL FIUME
Giovanna Giordani

"Non pretendo sia una recensione ma un esprimere a voi quello che mi ha dato in emozione e altro la lettura d'un fiato della silloge di Giovanna Giordani "Sulla riva del fiume" Aletti editore.
Innanzi tutto il titolo prepara a quello scorrere di versi semplici si per la loro pulizia interiore, la limpidezza cristallina di chi, come l'autrice, non si copre, si dà all'altro con autentica passione.

Vi sono versi forti d'impatto sociale, subito, all'inzio della lettura in "Ah se potessi con la poesia/ l'orror del mondo spazzar via" o "Contro la guerra" "Vorrei trovar parole tonanti... missili io le lancerei..."  poi gli Haiku che sono una bellezza per l'armonia di getto: ve ne cito uno a caso: "Inverno"  "impronte lievi/su candidi silenzi./ Il sole sogna (è un'immagine fantastica quella del sole che lascia libero il cielo per sognare...).
Raggrupperei insieme alcune poesie metapoetiche che "parlano" di poesia in un modo estremamente  personale e terso: "bello mi sembra credermi poetessa/strofinar versi su appannati specchi/per disvelar l'immagine riflessa" (come meglio disvelare la spinta che prende il cuore ..) oppure "anche il poeta è un illlusionista" o "l'amore dei poeti" è un urlo sconfinato... e "la mia poesia è una regina scalza" che trovo la summa di tutto, poesia senza presunzione, fatta di tocchi sublimi senza accorgersi, quasi in sordina.
Poi i versi legati alla natura che sempre, implicitamente  o meno, fa da sfondo al poetare di Giovanna: "la notte" "Mi invita il cielo"  "Incanto" e molte altre ancora ...

Vi sono poi alcune liriche di riflessione sul senso della vita, su Dio e sulla ricerca di esso nella splendida "Piccoli fiori gialli " e nella poesia di chiusa "il mio Dio" che è piccola luce "che soltanto io vedo" quando fa di poesia e trova la fede nell'uomo e nella speranza.
Lo stile è sobrio, senza vezzi, uno stile di chi dentro ha la serenità giusta per cogliere il meglio attorno e passarlo in emozioni linde, delicate, a passi leggeri ma che ti attraversano.
Grazie Giovanna!

Tinti Baldini

RECENSIONE DI CRISTINA BOVE


 “Sulla riva del fiume”
silloge poetica di

Giovanna Giordani


“ Il mio poetare non è ricercato, lo definirei naif, semplice, vero, che ubbidisce ad una voce arcana che mi detta le parole per dar forma scritta alle emozioni, ai sentimenti. E, naturalmente, la gratificazione più grande è riuscire a coinvolgere empaticamente il lettore che, per questo, fin d'ora ringrazio...”
 
Così dice della sua poesia la stessa Autrice, ed io sento di concordare con queste sue considerazioni, perché ne colgo a mia volta la spontaneità, che non è semplicità, ma il cuore delle cose.
La Giordani filtra ogni avvenimento e ogni emozione che la ispirano, attraverso la chiarezza genuina che si offre in immediatezza di immagini al lettore, e lo cattura, quasi per magia.
Nei suoi versi un che di arcano rimanda a riti gaelici, a musiche di cetre e cornamuse, come per esempio in
Wuthering Heights
Ora
che il silenzio ci ha riuniti
ancora
cammineremo
mio adorato
mio amore
fra le cime tempestose
perché nell'aria
che accarezza l'erica
scolpite sono
le nostre mani
nella stretta
suggellata
dal dolore.

Oppure nell'incanto di un incontro “speciale”che L'Autrice trasforma in leggiadra scena di accoglienza, con la delicatezza di un dialogo rarefatto eppure di un'intensità che commuove:
Amicizia

Fu un tocco lieve
alla porta
dell'anima
-avanti-
dissi
e apparve lei
mai vista prima
-ho udito le tue parole-
disse
-sono belle-
s'interpose un silenzio
-Grazie, entra-
risposi
E parlammo
Poi
fummo amiche
per sempre.

Sono di grande suggestione i suo Haiku: "Mare", e tanti altri tutti lievi come veli, vividi come “Stelle”.
In questi versi si avverte la sensibilità di una donna che guarda con occhi di poeta ciò che le vive intorno, che sa cogliere attimi e spettacoli della natura, facendoli rivivere nell'immediatezza con spirito nuovo, con occhi che sanno vedere oltre le apparenze.

Giovanna Giordani ci offre pagine di poesia, anche civile, connotate sempre, però, dell'impalpabilità dei suoi versi brevi, armoniosi, li definirei trasparenze d'anima.

cristina bove