Recensione della silloge
Sulla riva del fiume, di Giovanna Giordani
- Aletti editore -
Sulla
riva del fiume:
prima silloge di Giovanna Giordani, giunta quasi a sorpresa per lei stessa, che
forse non s’era posta prima d’ora il problema di condividere con interessati
lettori il suo piacere per la scrittura in versi delle sue emozioni, dei suoi
pensieri e sentimenti, attraverso una pubblicazione. Bella sorpresa, invece, per
lettori che amano la poesia, come la sottoscritta.
Generalmente inizio la lettura di una
raccolta di poesie cercando di decifrare il senso del titolo. In questo caso,
mi è venuto in mente per associazione immediata il titolo di un libro di
riflessioni sul senso della vita, Sono
come il fiume che scorre, di Paulo Coelho. Ma, mentre in quel testo
l’autore si identifica con il fiume e ripercorre, anche in senso autobiografico,
il divenire e il mutamento continuo, per dar valore alle cose più semplici e belle, ho immaginato che Giovanna stesse
invece “osservando” quello stesso divenire e mutamento continuo del mondo e
della vita, standosene tranquillamente “sulla riva del fiume”. Il suo
osservare, che in realtà si ritrova poi assorbito nei versi poetici, non è però
passivo guardare, lasciar scorrere e lasciar accadere gli eventi del mondo, bensì
compartecipazione talmente profonda e intima da lasciare di sé impronta e segno
visibile in ogni poesia.
L’autrice definisce il suo poetare non
ricercato, ma semplice, vero, naif, quasi sottintendendo in questa definizione
una sua naturale ritrosia, un suo non sentirsi vera poeta bensì solo una
persona che voglia esprimere in versi la sua sensibilità.
E chi ha detto che bisogna scrivere
poesie servendosi di lessico ricercato, che spesso potrebbe essere sinonimo di
indecifrabile, difficile, non fruibile se non da pochissimi?
Ho piacevolmente assimilato la scrittura
poetica naif (per tenere la sua originale definizione) di Giovanna Giordani
alla semplicità con cui si leggono, si interpretano e si interiorizzano le sue
poesie, poiché questa semplicità si accompagna ad una profondità di pensiero
che dà modo al lettore di riflettere e di guardare con occhi nuovi il mondo e
tutto quel che vi accade.
Già dalla prima poesia Ah, se potessi, l’autrice mette in primo
piano la sua poetica dell’amore, che è il suo modo peculiare di osservare gli
eventi del mondo, cercando delle strategie quasi magiche per realizzare il suo
intento di vivere in armonia con l’universo, trasformando il suo essere
“sillabe d’assenso” nel vero senso della vita che appunto nell’amore può
risiedere e in nient’altro. In questo “la poeta” conferma il pensiero di Neruda
che sosteneva che “la poesia è un atto di pace”. E non è un caso che la silloge
si concluda anche con una poesia nella quale si vorrebbe capire il perché
dell’esistenza del male e la sua origine, con la sottile ma non velata intenzione
di capovolgerlo in bene.
I primi sonetti, ispirati da racconti,
film, eventi reali, o semplici osservazioni della natura, confermano questa
attenzione privilegiata della Giordani ai rapporti umani, al senso vero
dell’esistenza e alla profondità di un sentimento la cui durata potrà
attraversare il Tempo e oltrepassarlo, anche soltanto grazie all’incisione di
un nome.
Delicatissimi, poi, sono anche gli
haiku, che in brevità e concisione distillano pensieri.
La terza parte della silloge, la più
corposa per numero di poesie, è di una bellezza che non si può descrivere,
bisogna sentirla e viverla. Ci si rende conto di ciò, a partire dalla poesia
che ci presenta “Il volto del silenzio”:
solo un poeta può “vedere” questo volto e scoprire perché… “mai saprà spiegare
/ tutta la luce / che gli brucia dentro”! … perché è un silenzio pregno di
parole, di pensieri, di voce, ma non ha voce.
Un’altra bellissima poesia da segnalare è
una meta-poesia, che però si contraddice alla fine. Si tratta della messa in
scena dell’umiltà della poeta-autrice, ne’ La
mia poesia è una regina scalza, che poi è anche una regina nuda e bianca e
che, quando diventa nera e “cammina leggera / sulle dune, / (è) incurante se il
vento / traccia non lascerà / delle sue impronte”: sta proprio qui la
contraddizione della poeta, nel credere che la sua poesia non lascerà impronte,
mentre invece le ha già lasciate proprio in questo suo essere movimento
discreto che scruta negli anfratti dei cuori.
E si potrebbe continuare svelando
l’implicita “semplicità profonda” o “semplice profondità” delle altre poesie.
Ma un recensore deve fermarsi un attimo
prima di togliere al lettore il piacere, la sorpresa e la voglia di scoprire da
sé il senso e la bellezza di ogni creazione poetica, potendo dare a sua volta
libertà alla propria mente di ri-creare significati.
E dunque concludo, riassumendo l’invito
a leggere questa silloge, con l’Haiku che mi pare la caratterizzi: “Bellezza”: Alto vertice / di rara perfezione / dono
d’incanto.
Carmen
Lama
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